Circolare mensile di Dicembre 2019

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DIGITAL TAX: Le novità della legge di Bilancio 2020 e le criticità

L’imposta sui servizi digitali entrerà in vigore dal 1° gennaio 2020, non essendo più prevista l’emanazione di un apposito decreto ministeriale che rechi le disposizioni attuative. Mentre la legge di Bilancio 2019 (art. 1, commi 35-50, legge n.145/2018) ha introdotto l’imposta sui servizi digitali, con l’obiettivo di assoggettare a tassazione i redditi prodotti dalle imprese multinazionali che operano nel settore digitale, la legge di Bilancio 2020 è intervenuta in materia al fine di circoscrivere il perimetro applicativo della digital tax, identificando quelli che non si qualificano come servizi digitali ai fini dell’applicazione dell’imposta.

Tale imposta va a sostituire la “vecchia” imposta sulle transazioni digitali prevista dalla legge di Bilancio 2018 e che, peraltro, era stata prevista nelle manovre degli ultimi 5 anni rimanendo sempre inattuata.

L’imposta dovuta si ottiene applicando l’aliquota del 3% all’ammontare dei ricavi tassabili realizzati dal soggetto passivo nel corso dell’anno solare (non più in ciascun trimestre). I ricavi tassabili si intendono al lordo dei costi e al netto dell’IVA e di altre imposte indirette. La tassa dovrà essere versata entro il 16 febbraio dell’anno solare successivo a quello in cui sono stati realizzati i ricavi tassabili (e non più entro il mese successivo a ciascun trimestre), mentre la presentazione della dichiarazione annuale dell’ammontare dei servizi tassabili forniti dovrà avvenire entro il 31 marzo dello stesso anno.

Per ciò che attiene ai requisiti soggettivi, la digital tax si applica ai soggetti passivi che, nel corso dell’anno solare precedente rispetto a quello di applicazione dell’imposta, hanno realizzato, singolarmente o a livello di gruppo, congiuntamente:

  • Un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni di euro;
  • Un ammontare di ricavi derivanti dalla prestazione di servizi digitali non inferiore a 5,5 milioni.

Le soglie andranno calcolate rispetto ai ricavi conseguiti l’anno precedente.

In base al dettato normativo previsto dall’art. 1 comma 37, legge n. 145/2019, sono qualificati come servizi digitali, da assoggettare a tassazione:

  • La veicolazione su un’interfaccia digitale di pubblicità mirata agli utenti della medesima interfaccia;
  • La messa a disposizione di un’interfaccia digitale multilaterale che consente agli utenti di essere in contatto e di interagire tra loro, anche al fine di facilitare la fornitura diretta di beni o servizi;
  • La trasmissione di dati raccolti da utenti e generati dall’utilizzo di un’interfaccia digitale.

Il gettito atteso dal Governo è di 708 milioni, 108 milioni in più rispetto a quanto si prevedeva di incassare con la web tax prevista nella manovra dell’anno precedente. Ma quante tasse pagano effettivamente i giganti del web in Italia? Secondo la recente analisi di R&S Mediobanca, la somma versata al fisco italiano dalle 15 principali società WebSoft (tra cui Amazon, Microsoft, Google, Oracle, Facebook, Uber e Alibaba) sarebbe appena di 64 milioni di euro, comunque in aumento rispetto ai 59 milioni dell’anno passato.

Il meccanismo utilizzato dalle big tech è sempre lo stesso: spostare il fatturato delle controllate italiane in Paesi a fiscalità agevolata, con un conseguente risparmio fiscale cumulato stimato in oltre 49 miliardi nel periodo dal 2014 al 2018. Anziché fatturare in Italia, le multinazionali continuano a trovare più conveniente pagare centinaia di milioni in transazioni.

La digital tax sembra così essere una risposta significativa al contrasto del fenomeno dell’erosione della base imponibile mediante il profit shifting, sulla scia degli interventi iniziati dall’OCSE e finalizzati, con particolare riferimento all’Action 1 del Progetto “Base Erosion and Profit shifting”, a rinvenire soluzioni che consentano di superare le criticità tipiche legate alla tassazione del settore della digital economy.

Se però da una parte c’è chi invoca una maggiore equità fiscale della norma, ritenendola ingiusta poiché colpisce nello stesso modo le imprese nel volume complessivo di ricavi e non sono quelli derivanti da servizi digitali, svantaggiando quindi le piccole aziende che si appoggiano ai colossi del web, dall’altra parte del mondo (negli Stati Uniti) c’è chi minaccia dazi fino al 100% contro le importazioni di tutti quei paesi Europei che intendano dotarsi di simili imposte sui servizi digitali. L’amministrazione Trump, sebbene l’offensiva commerciale fosse nello specifico indirizzata contro la Francia, sembrerebbe aver messo nel mirino anche l’Italia, l’Austria e la Turchia, colpevoli a suo avviso di danneggiare indebitamente i giganti hi-tech statunitensi.

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